Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
C’era una volta un orso polare.
Era grande, bianco e solitario. Viveva in un mondo che, almeno in apparenza, avrebbe dovuto appartenergli: neve, ghiaccio, vento, distese interminabili e silenziose. Eppure, nonostante fosse nato in mezzo a quel bianco, da qualche tempo aveva cominciato a sentirsi straniero persino nella propria terra.
Camminava molto.
Camminava quando non sapeva dove andare, camminava quando aveva qualcosa da inseguire e camminava soprattutto quando restare fermo gli faceva troppo male.
Al collo portava un piccolo cartellino.
C’era scritta una sola parola:
FORZA.
Non si ricordava esattamente chi glielo avesse messo.
Forse qualcuno glielo aveva consegnato un giorno dicendogli che era forte. Forse era stato lui stesso, nel tentativo di ricordarselo ogni mattina. Forse quel cartellino era diventato semplicemente parte di lui, come il pelo bianco, le zampe pesanti e le cicatrici che non mostrava.
FORZA.
Era una parola semplice.
Ma col passare degli anni aveva cominciato a pesargli quasi quanto tutto il resto.
Perché essere forte significava continuare.
Significava rialzarsi dopo una delusione.
Significava aspettare ancora.
Significava dire a se stesso che prima o poi sarebbe arrivato qualcosa di diverso.
Significava non fermarsi quando gli altri sembravano già aver trovato una strada.
E così l’orso continuava.
Solo che nessuno vedeva veramente quanto fosse stanco.
A vederlo, infatti, sembrava persino più debole di un bruco.
Aveva l’aspetto di una creatura che avrebbe potuto essere spazzata via dal vento.
Eppure aveva un cuore da Atlante.
Portava dentro di sé una forza enorme.
Aveva sopportato cose che, per molto tempo, aveva creduto impossibili da sopportare.
E proprio per questo gli altri potevano pensare che avrebbe sopportato tutto.
Ma nessuno, neppure Atlante, può portare il cielo sulle spalle per sempre.
?
Un giorno l’orso trovò una clessidra.
Era enorme.
Non era una piccola clessidra da tavolo, leggera e delicata.
Era gigantesca.
Pesava quintali.
L’orso la guardò a lungo.
Dentro c’erano soltanto granelli di sabbia.
Piccoli, quasi insignificanti.
Uno dopo l’altro scendevano dal recipiente superiore a quello inferiore.
Un granello.
Poi un altro.
Poi un altro ancora.
L’orso si avvicinò.
All’inizio pensò che quella clessidra fosse una cosa buona.
«Ho ancora tempo», si disse.
E quella frase gli sembrò bellissima.
Avere tempo significava poter aspettare.
Poter cambiare.
Poter incontrare qualcosa.
Poter raggiungere finalmente quel luogo che da tanto tempo cercava.
Poter vedere arrivare la primavera.
Poter trovare la vita che aveva sempre sognato.
Poter stare bene.
Poter essere amato.
Così prese la clessidra e se la mise sulle spalle.
Era pesantissima.
Ma il cartellino intorno al suo collo diceva:
FORZA.
E quindi l’orso cominciò a camminare.
?
Per un po’ credette che la clessidra fosse una promessa.
Ogni granello che cadeva sembrava dirgli:
«Non ancora.»
E “non ancora” non era la stessa cosa di “mai”.
Quella differenza gli dava speranza.
Se non era ancora arrivato ciò che cercava, allora forse sarebbe arrivato più avanti.
Forse domani.
Forse tra un mese.
Forse dopo un’altra stagione.
Forse dopo un’altra esperienza.
Forse dopo un’altra attesa.
E così continuava a camminare.
Ma mentre camminava, la sabbia continuava a scendere.
All’inizio i granelli gli sembravano soltanto granelli.
Poi cominciò a guardarli diversamente.
Ogni piccolo granello gli ricordava qualcosa.
Un giorno passato.
Un’occasione sfumata.
Una speranza che non aveva trovato risposta.
Una porta che si era chiusa.
Una persona che non era rimasta.
Una promessa che non aveva portato dove sperava.
Un’attesa che si era trasformata in un’altra attesa.
La sabbia continuava a cadere.
E quei piccoli granelli cominciarono a sembrargli delle granate.
Non perché fossero davvero esplosivi.
Ma perché ogni granello sembrava esplodergli dentro ricordandogli che il tempo passava.
L’orso sentiva un’urgenza che diventava sempre più grande.
Non voleva semplicemente che il tempo passasse.
Voleva vivere prima che passasse troppo.
Voleva arrivare da qualche parte.
Voleva smettere di aspettare.
Voleva finalmente poter dire:
«Eccola. È arrivata.»
Ma che cosa fosse esattamente quella cosa che aspettava, non riusciva a spiegarlo.
Sapeva soltanto che aveva un nome.
La chiamava aprile.
?
Perché aprile?
Perché aprile era la primavera.
Era il mese in cui il mondo poteva ricominciare a fiorire.
Era il contrario del gelo.
Era il contrario della lunga notte.
Era il contrario della distesa bianca e immobile nella quale l’orso aveva imparato a vivere.
Ma aprile non era soltanto un mese.
Per lui era diventato un luogo.
Un luogo simbolico nel quale finalmente avrebbe potuto respirare.
Per l’orso, aprile significava il momento in cui la sua vita avrebbe smesso di sembrare un inverno.
Aprile significava la possibilità di stare bene.
La possibilità di avere qualcuno accanto.
La possibilità di essere scelto.
La possibilità di sentirsi finalmente accolto invece che respinto.
La possibilità di trovare quell’amore che aveva sempre cercato.
Non necessariamente una persona precisa.
Non necessariamente una storia perfetta.
Semplicemente amore.
Un po’ di amore.
Quel tanto che bastava per non sentirsi più solo.
E così l’orso non aspettava semplicemente aprile.
Lo inseguiva.
Lo vedeva sempre un po’ più avanti.
Ogni volta che sembrava avvicinarsi, qualcosa accadeva e aprile tornava lontano.
Ma l’orso non smetteva.
Continuava a correre dietro a quella primavera invisibile.
E mentre inseguiva aprile, il mondo sembrava inseguire lui.
?
«Il mondo mi caccia», pensava.
Non sapeva spiegare esattamente da chi fosse composto quel mondo.
Non c’era necessariamente qualcuno che lo perseguitava con una lancia.
Era qualcosa di più grande.
Era la sensazione di non trovare posto.
Era sentirsi fuori luogo.
Era entrare in una stanza e non sapere dove stare.
Era cercare una strada e non trovarla.
Era desiderare qualcosa che sembrava semplice per gli altri e impossibile per lui.
Era sentirsi sempre un passo indietro.
Il mondo lo cacciava.
E l’orso, allo stesso tempo, inseguiva aprile.
Era come se fosse stretto tra due movimenti opposti.
Da una parte il mondo lo spingeva via.
Dall’altra lui cercava disperatamente di raggiungere qualcosa.
E così vagava.
Non camminava più verso una destinazione precisa.
Vagava.
Era più perso di un salmone nel Sahara.
Un salmone nel Sahara non avrebbe saputo dove andare.
E nemmeno l’orso lo sapeva più.
Sapeva soltanto cosa desiderava.
Ma desiderare qualcosa e sapere come raggiungerla erano diventate due cose completamente diverse.
Aveva un cuore pieno di desideri e nessuna mappa.
?
Un giorno si fermò.
Guardò la clessidra.
La sabbia continuava a cadere.
L’orso pensò che quella fosse la cosa più strana di tutte.
Lui aveva sempre immaginato il tempo come qualcosa che lo avrebbe portato da qualche parte.
Invece il tempo passava.
E basta.
Il tempo non gli consegnava automaticamente ciò che desiderava.
Non trasformava l’attesa in certezza.
Non trasformava la speranza in realtà.
Non gli prometteva che, dopo aver aspettato abbastanza, avrebbe ricevuto ciò che cercava.
Gli dava soltanto altro tempo.
E improvvisamente l’orso capì qualcosa che gli fece paura.
Forse il destino non gli stava dando la vita che desiderava.
Forse gli stava dando soltanto tempo per aspettarla.
E quella differenza diventò enorme.
L’orso desiderava la vita.
Il destino gli dava tempo.
L’orso desiderava amore.
Il destino gli dava attesa.
L’orso desiderava aprile.
Il destino gli dava clessidre.
?
La prima clessidra finì.
La sabbia raggiunse il fondo.
L’orso rimase immobile.
Per un istante sperò che accadesse qualcosa.
Che magari, alla fine della clessidra, apparisse aprile.
Ma non apparve.
Allora girò la clessidra.
E ricominciò.
Un’altra volta.
Un altro periodo.
Un’altra attesa.
Un’altra speranza.
Un’altra possibilità.
Poi un’altra.
E un’altra ancora.
Le clessidre cominciarono a diventare ennesime.
Non necessariamente perché si accumulassero tutte fisicamente sulle sue spalle.
Era peggio.
Una clessidra sostituiva la precedente, ma ciò che aveva vissuto durante la precedente non scompariva.
Le delusioni restavano.
Le attese restavano.
Il tempo trascorso restava.
Le speranze che si erano spente restavano.
Così ogni nuova clessidra sembrava pesare più della precedente.
Il peso non era soltanto quello della sabbia.
Era quello della memoria.
Era il peso di tutte le volte in cui aveva pensato:
«Forse adesso.»
E poi:
«Forse più avanti.»
E poi:
«Forse questa volta.»
E poi ancora:
«Forse devo aspettare.»
La clessidra non era più soltanto una clessidra.
Era diventata il peso di tutte le attese precedenti.
?
L’orso continuava a portarla.
Il cartellino al collo diceva ancora:
FORZA.
Ogni tanto lo guardava.
Quella parola sembrava quasi prenderlo in giro.
«Devo essere forte.»
Se lo ripeteva.
«Devo continuare.»
E continuava.
Perché aveva un cuore da Atlante.
Perché aveva sempre continuato.
Perché aveva imparato a sopportare.
Perché fermarsi gli sembrava quasi un tradimento nei confronti di tutto ciò che aveva già sopportato.
Ma c’era una domanda che non riusciva più a togliersi dalla testa:
Quanto deve essere forte qualcuno prima che gli sia concesso di essere stanco?
Non trovò risposta.
?
Una sera l’orso si mise a guardare la propria clessidra.
I granelli cadevano.
Uno.
Due.
Tre.
Sembravano minuscoli.
Eppure gli sembravano granate.
«Quanto tempo è passato?»
Non lo sapeva più.
«Quanto ne resta?»
Non lo sapeva.
«Quando arriverà aprile?»
Non lo sapeva.
Ed era proprio questo il problema.
L’orso aveva sempre pensato che l’attesa fosse sopportabile perché da qualche parte ci fosse una fine.
Ma ora non riusciva più a vederla.
La clessidra continuava a dirgli:
«Aspetta.»
Ma non gli diceva:
«Quanto?»
E soprattutto non gli diceva:
«Per cosa?»
?
Fu allora che la clessidra cominciò a sembrargli una gabbia.
Non aveva sbarre.
Non aveva serrature.
Non aveva muri.
Eppure era una gabbia.
Perché l’orso viveva dentro l’attesa.
Ogni giorno era un giorno da attraversare aspettando un altro giorno.
Ogni settimana era una settimana da superare aspettando quella successiva.
Ogni speranza diventava un nuovo punto sul calendario.
Ogni nuova possibilità diventava una nuova clessidra.
L’orso non viveva soltanto nel presente.
Viveva continuamente nel futuro.
Il presente gli sembrava una sala d’attesa.
E il futuro era sempre la porta che forse si sarebbe aperta.
Ma quella porta non si apriva.
E così il presente diventava sempre più pesante.
?
Un giorno l’orso ricordò tutte le volte in cui aveva desiderato semplicemente stare bene.
Non chiedeva ricchezze immense.
Non chiedeva di diventare famoso.
Non chiedeva di conquistare il mondo.
Voleva vivere.
Voleva stare bene.
Voleva amare.
Voleva essere amato.
Voleva avere qualcuno con cui condividere il silenzio.
Voleva sentirsi importante per qualcuno.
Voleva smettere di avere la sensazione di essere sempre fuori posto.
Voleva soltanto un po’ di primavera.
E pensò:
«Ho passato una vita inseguendo aprile.»
Poi si accorse della stranezza di quella frase.
Aveva passato una vita cercando la vita.
Aveva consumato la propria esistenza aspettando di poter finalmente vivere l’esistenza che desiderava.
E quella consapevolezza gli fece ancora più male.
?
L’orso era affamato.
Non soltanto di cibo.
Era affamato di vita.
Affamato di amore.
Affamato di calore.
Affamato di appartenenza.
Affamato di qualcuno che non lo facesse sentire come un animale capitato nel posto sbagliato.
Aveva un aspetto da bruco, ma dentro di sé c’era un Atlante.
E forse proprio quella forza lo aveva condannato a portare tutto per troppo tempo.
Gli altri vedevano il cartellino:
FORZA.
Ma dentro di lui c’era un’altra parola.
AMORE.
E quelle due parole erano diventate quasi opposte.
Forza significava:
«Resisti.»
Amore significava:
«Non devi portare tutto da solo.»
Forza significava:
«Vai avanti.»
Amore significava:
«Puoi fermarti qui, qualcuno ti aspetta.»
Forza significava:
«Non crollare.»
Amore significava:
«Anche se crolli, non sarai lasciato solo.»
L’orso avrebbe voluto trovare qualcuno davanti al quale non fosse necessario essere sempre forte.
?
Ma il mondo continuava a cacciarlo.
E lui continuava a vagare.
Più vagava, più si sentiva perso.
Più si sentiva perso, più cercava aprile.
Più cercava aprile, più il tempo passava.
Più il tempo passava, più la clessidra diventava pesante.
Più la clessidra diventava pesante, più l’orso aveva bisogno di essere forte.
E più doveva essere forte, più desiderava qualcuno che gli permettesse di non esserlo.
Era diventato un cerchio.
Un cerchio senza uscita.
?
Poi arrivò un’altra delusione.
L’ennesima.
L’orso non raccontò a nessuno cosa fosse successo.
Non era importante stabilirlo.
Perché ormai non era una singola delusione a fare male.
Era la somma.
Era l’ennesima goccia sopra tutte le altre.
L’ennesima clessidra.
L’ennesima attesa.
L’ennesimo momento nel quale aveva pensato che forse qualcosa sarebbe cambiato.
E invece no.
Quel giorno prese la clessidra e la guardò.
Per la prima volta non pensò:
«Ho ancora tempo.»
Pensò:
«Ancora tempo.»
Quelle due parole, che un tempo erano state una promessa, ora gli sembravano una condanna.
Ancora tempo.
Ancora attesa.
Ancora speranza.
Ancora delusione.
Ancora una clessidra.
?
Il peso diventò troppo.
Non soltanto fisicamente.
Dentro la clessidra c’erano ormai tutti i giorni che aveva passato ad aspettare.
C’erano le domande senza risposta.
C’erano i momenti nei quali si era sentito escluso.
C’erano le volte in cui aveva provato a ricominciare.
C’erano le speranze.
C’erano le illusioni.
C’erano le delusioni.
C’era aprile, sempre più lontano.
C’era il mondo che lo cacciava.
C’era il suo cartellino.
FORZA.
E c’era lui.
Un orso che aveva resistito moltissimo.
Ma che non riusciva più a sostenere tutto.
E fu allora che accadde qualcosa di terribile.
L’orso capì che anche un orso può non riuscire più a tenere una clessidra sulle spalle.
Anche un cuore da Atlante può stancarsi.
Anche chi ha scritto FORZA sul proprio collo può avere bisogno di aiuto.
Anche chi ha continuato per anni può arrivare a un punto in cui continuare gli sembra impossibile.
?
L’orso guardò davanti a sé.
Non vedeva più aprile.
Non vedeva una strada.
Non vedeva una casa.
Non vedeva un luogo nel quale fermarsi.
Vedeva soltanto altre clessidre.
Una dopo l’altra.
E comprese perché quella clessidra gli era sembrata una gabbia.
Perché una gabbia non è necessariamente ciò che ti impedisce di muoverti.
A volte è ciò che ti costringe a vivere sempre nello stesso punto.
L’orso era libero di camminare.
Ma non riusciva a smettere di aspettare.
Era libero di andare avanti.
Ma non riusciva più a vedere dove andare.
Era libero di sognare.
Ma non riusciva più a credere nei propri sogni.
Era ancora affamato d’amore.
Ma non credeva più che l’amore sarebbe arrivato.
Ed era questa forse la contraddizione più dolorosa:
non aveva smesso di desiderare la vita; aveva smesso di credere di poterla raggiungere.
?
Allora pensò al cammino.
Continuare significava prendere un’altra clessidra.
Un’altra attesa.
Un altro tentativo.
Un’altra speranza.
Un’altra possibilità di essere deluso.
E si domandò:
«Ma chi, al suo posto, sceglierebbe il cammino?»
Non era una domanda rivolta soltanto a se stesso.
Era una domanda rivolta a chiunque lo avesse guardato dall’esterno.
A chiunque avesse detto:
«Devi essere forte.»
A chiunque avesse visto soltanto il cartellino.
A chiunque non avesse visto il peso della clessidra.
A chiunque avesse pensato che, siccome l’orso aveva resistito fino a quel momento, avrebbe resistito per sempre.
L’orso era stato forte.
Moltissimo.
Ma la forza non è una riserva infinita.
?
Quella notte la clessidra continuò a scorrere.
La sabbia scendeva lentamente.
L’orso la guardò.
Per la prima volta non la vide come una promessa.
Non la vide come una possibilità.
Non la vide come un futuro.
La vide come il simbolo di tutto ciò che aveva aspettato.
E desiderò soltanto che quel rumore finisse.
Il rumore del tempo.
Il rumore delle domande.
Il rumore delle speranze.
Il rumore delle delusioni.
Il rumore del mondo.
Il rumore dentro di lui.
Nel suo dolore, arrivò a immaginare la morte come una pace dei sensi, come il contrario di quel casino nel quale aveva vissuto.
Non perché la morte fosse realmente una soluzione.
Ma perché, nella disperazione dell’orso, sembrava rappresentare l’unico modo per interrompere definitivamente la clessidra.
Nessun altro granello.
Nessun’altra attesa.
Nessun altro «forse».
Nessun altro «non ancora».
Nessun’altra gabbia.
?
L’orso rimase fermo.
Per un ultimo istante guardò il proprio cartellino.
FORZA.
Poi guardò la clessidra.
E quasi gli sembrò che quelle due cose raccontassero tutta la sua storia.
Da una parte la parola che gli aveva ordinato di resistere.
Dall’altra l’oggetto che gli aveva ricordato per quanto tempo aveva resistito.
Forza e tempo.
Resistenza e attesa.
Il cuore da Atlante e il peso di quintali.
L’aspetto da bruco e la sofferenza di un animale che si sente inseguito dal mondo.
Il desiderio di aprile e la realtà dell’inverno.
La fame di amore e la solitudine.
La libertà e la gabbia.
Il cammino e lo smarrimento.
La vita desiderata e il tempo trascorso ad aspettarla.
E in mezzo a tutto questo c’era ancora l’orso.
Ancora affamato.
Ancora stanco.
Ancora desideroso, in fondo, di quella primavera che non aveva mai smesso davvero di cercare.
?
Poi la clessidra si svuotò.
Un ultimo granello cadde.
Silenzio.
L’orso non girò più la clessidra.
E così, all’ennesima gabbia, scelse di non continuare.
La storia dell’orso finì lì.
Ma la clessidra rimase.
Vuota da una parte.
Piena dall’altra.
Come se il tempo, indifferente al destino di chi lo aveva portato, continuasse comunque a esistere.
?
E forse è proprio questo il senso più triste della storia.
L’orso non aveva passato la vita inseguendo la morte.
Aveva passato una vita inseguendo aprile.
Aveva cercato la vita.
Aveva cercato di stare bene.
Aveva cercato l’amore.
Aveva cercato un posto nel mondo.
Aveva cercato qualcuno davanti al quale poter togliere il cartellino con scritto FORZA e poter finalmente dire:
«Sono stanco.»
Ma il destino, invece di consegnargli ciò che desiderava, gli aveva consegnato continuamente altro tempo.
Un’altra clessidra.
Un’altra attesa.
Un’altra possibilità.
E poi un’altra ancora.
Finché il tempo che avrebbe dovuto permettergli di arrivare ad aprile diventò il peso che non riusciva più a portare.
L’orso era il protagonista visibile.
Ma la clessidra era il protagonista nascosto.
Perché l’orso viveva.
La clessidra misurava quanto ancora avrebbe dovuto aspettare.
L’orso desiderava.
La clessidra contava.
L’orso sperava.
La clessidra scorreva.
L’orso inseguiva aprile.
La clessidra gli ricordava che aprile non era ancora arrivato.
E alla fine, quando la speranza si spense, la clessidra smise di sembrare una promessa e diventò soltanto il peso di tutta l’attesa.
Quella fu la tragedia dell’orso.
Non che non avesse mai desiderato vivere.
Ma che, dopo aver desiderato la vita per così tanto tempo, non riuscì più a credere che quella vita potesse raggiungerlo.
E forse, da qualche parte, aprile continuava comunque ad esistere.
La primavera arrivava.
I fiori sbocciavano.
La neve si scioglieva.
Il mondo continuava.
Ma l’orso non era più lì a vederlo.
E la clessidra, finalmente vuota, non aveva più nulla da misurare. E forse, da qualche parte, aprile continuava comunque ad esistere.
La primavera arrivava.
I fiori sbocciavano.
La neve si scioglieva.
Il mondo continuava.
Ma l’orso non era più lì a vederlo.
L’orso era morto.
La sua vita, dopo una lunga esistenza trascorsa a inseguire aprile, ad aspettare, a portare sulle spalle clessidre sempre più pesanti e a cercare disperatamente un po’ di vita, di benessere e d’amore, si era conclusa.
Non avrebbe più camminato.
Non avrebbe più inseguito aprile.
Non avrebbe più girato una nuova clessidra.
Non avrebbe più dovuto essere forte.
Il cartellino con scritto FORZA rimase immobile.
E la clessidra, finalmente vuota, non aveva più nulla da misurare.
Quella fu la fine dell’orso.
Non perché avesse smesso di desiderare la vita, ma perché, dopo aver aspettato così a lungo, aveva perso la speranza di poterla finalmente raggiungere.
L’orso era morto.
Ma aprile, fuori dalla sua storia, continuava ad arrivare.